Migranti nel Golfo, Amnesty denuncia: “I lavoratori pagano il prezzo più alto del conflitto”

Migranti nel Golfo, Amnesty denuncia: “I lavoratori pagano il prezzo più alto del conflitto”
di Carlo Longo

Link to Secondo Amnesty International e Human Rights Watch, gli attacchi iraniani e il successivo irrigidimento delle misure di sicurezza nei Paesi del Golfo hanno aggravato le condizioni dei lavoratori migranti, già esposti a diffuse violazioni dei dirittiSecondo Amnesty International e Human Rights Watch, gli attacchi iraniani e il successivo irrigidimento delle misure di sicurezza nei Paesi del Golfo hanno aggravato le condizioni dei lavoratori migranti, già esposti a diffuse violazioni dei diritti

I lavoratori migranti impiegati nei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo sarebbero tra le principali vittime delle conseguenze del recente conflitto regionale. È quanto sostiene Amnesty International, che denuncia un ulteriore deterioramento delle condizioni di chi già viveva in un contesto caratterizzato da limitazioni dei diritti e dall’impossibilità di organizzarsi liberamente in sindacati.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani, gli attacchi lanciati dall’Iran contro obiettivi negli Stati del Golfo, descritti come ritorsioni alle operazioni militari statunitensi e israeliane, avrebbero provocato almeno 28 vittime civili e centinaia di feriti, in larga parte lavoratori migranti. Amnesty definisce tali azioni possibili crimini di guerra.

Parallelamente, l’organizzazione denuncia un rafforzamento delle restrizioni alla libertà di espressione da parte delle autorità dei Paesi del Golfo. In una ricerca realizzata insieme a Human Rights Watch, sono stati raccolti i racconti di decine di lavoratori migranti in Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Molti degli intervistati hanno chiesto di restare anonimi, mentre altri hanno preferito non parlare nemmeno in forma riservata per timore di possibili conseguenze.

Tra gli elementi evidenziati nel rapporto figurano controlli estesi sulle comunicazioni private e sulle attività online. Secondo le testimonianze raccolte, durante verifiche effettuate in strada, nei luoghi di lavoro o nelle abitazioni, le persone sarebbero state costrette a sbloccare i propri telefoni per consentire alle autorità di esaminare messaggi, e-mail, fotografie e contenuti condivisi sui social.

Le organizzazioni sottolineano che il clima di sorveglianza avrebbe avuto ripercussioni anche sul lavoro di giornalisti e ricercatori impegnati a documentare le condizioni dei lavoratori stranieri, rendendo più difficile raccogliere testimonianze e instaurare rapporti di fiducia con le fonti.

Secondo Amnesty International, i governi della regione avrebbero inoltre introdotto divieti di fotografare o filmare i luoghi colpiti dagli attacchi iraniani, adottando provvedimenti anche nei confronti di chi avrebbe violato tali disposizioni. L’organizzazione si interroga infine sulla possibilità che alcune delle misure straordinarie introdotte durante il conflitto possano rimanere in vigore anche dopo la fine dell’emergenza.

(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati

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